Remuzzi: “Dai pomodori alle gomme da masticare, le future protezioni contro il Covid”

Dopo Pfizer per la terza dose ok Moderna, Remuzzi: “Entrambi sono ben tollerati”


La ricerca scientifica è in gran fermento. In tutto il mondo molti ricercatori stanno lavorando per arrivare a nuove protezioni e terapie contro il Covid-19: sono in corso diversi studi, sperimentazioni e validazioni che dovrebbero portare tante novità.

Abbiamo intervistato il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, chiedendogli di tracciare una panoramica sulle prospettive per la prevenzione e la cura del virus SARS-CoV-2.

Arriveranno vaccini aggiornati sulle nuove varianti?

Prima di entrare nel merito degli studi finalizzati ad avere vaccini aggiornati sulle nuove varianti, bisogna precisare che quelli attualmente a disposizione sono molto protettivi anche verso Omicron. Forniscono una buona copertura, in modo particolare nei soggetti che hanno effettuato il ciclo vaccinale arrivando alla terza dose: le tre somministrazioni permettono di evitare di contrarre la malattia in forma severa e di dover ricorrere all’ospedalizzazione. Il problema è che 5,3 milioni di italiani non si sono ancora vaccinati: va ribadito che la vaccinazione è molto importante, soprattutto per le persone più anziane e per i fragili perché sono maggiormente a rischio degli altri, come viene evidenziato dai dati relativi all’andamento della pandemia.

Ci spieghi

Le persone non vaccinate rischiano dieci volte più dei vaccinati di contrarre la malattia in forma severa e aver bisogno di ricovero in ospedale. Per lo stesso motivo, inoltre, è importante accelerare con le somministrazioni della quarta dose, che per ora è raccomandata agli ultraottantenni, agli ospiti delle strutture residenziali per anziani e agli ultrassessantenni con fragilità correlata a stati patologici in grado di compromettere il quadro clinico in caso di infezione da SARS-CoV-2. Al momento la percentuale di chi l’ha effettuata è ancora contenuta, si attesta attorno al 10% dei possibili candidati ed è un peccato perché vari studi ne sottolineano l’efficacia. Una ricerca condotta in Israele e pubblicata sul New England Journal of Medicine ha mostrato che è in grado di dare una protezione sostanziale dal rischio di contrarre la malattia in forma severa negli over 60, riducendo in misura significativa ricoveri e decessi.È sbagliato, quindi, non vaccinarsi con i vaccini attualmente a disposizione pensando di aspettare l’arrivo di quelli aggiornati sulle nuove varianti. Partendo da queste premesse, possiamo approfondire gli studi e le sperimentazioni in corso.

Potrebbe tracciare una panoramica?

La casa farmaceutica statunitense Moderna sta mettendo a punto un vaccino bivalente, in grado di contrastare due versioni del virus. La sua composizione combina il vaccino attualmente disponibile con un altro designato ad attaccare la variante Beta: il suo obiettivo è proteggere dalle varianti Delta e Omicron. La variante Beta, che non risulta più presente, viene utilizzata perché contiene diverse mutazioni che sono state riscontrate anche in varianti più recenti come Omicron. La sperimentazione di questo vaccino è già in una fase piuttosto avanzata e potrebbe arrivare prima del prossimo autunno: Moderna lo sta testando e vanno espletati gli studi registrativi per poter essere autorizzato. Ma si sta lavorando anche ad altri vaccini, che potrebbero essere disponibili verso la fine dell’anno: alcuni combinano un vaccino nuovo e uno antinfluenzale, ma è in corso anche uno studio relativo a un vaccino a mRna specifico contro la variante Omicron.

Questi vaccini sono complementari a quelli che abbiamo già? Chi non si è vaccinato, prima di effettuarli deve ricevere quelli attualmente disponibili?

È un aspetto ancora da chiarire. Quando verranno autorizzati, le autorità regolatorie si esprimeranno su questo aspetto fornendo le indicazioni in merito.

Ma se il virus continuasse a mutare non si corre il rischio di non arrivare mai a un vaccino”esaustivo” e si generi una sorta di corsa all’infinito?

La piattaforma a mRna che utilizzano per il momento Moderna e Pfizer, ma che presto sarà usata anche da altre compagnie permette di aggiornarli rapidamente. Lo scopo è consentire velocità e flessibilità per avere vaccini su misura adatti a prevenire le nuove varianti che possono sfuggire a quelli che abbiamo oggi. La notizia più importante, però, è che negli Stati Uniti il National Institutes of Health si sta preparando a sviluppare un vaccino pan-coronavirus, finalizzato a proteggerci contro tutti i coronavirus, compreso quello che causa il raffreddore. Per questo progetto l’amministrazione statunitense ha stanziato 200 milioni di euro a cui se ne sono aggiunti altri 42 milioni da parte dell’ente stesso. Si stanno studiando, inoltre, altri strumenti per proteggerci dal Covid-19.

Quali?

Si stanno svolgendo sperimentazioni per un aerogel utilizzabile come spray nasale arricchito di Dna. In base alle informazioni disponibili sinora, è in grado di codificare la proteina Spike del Covid-19 e indurre una risposta immune, per ora funziona nei topi e li protegge dalla polmonite, serviranno altri studi per stabilire la sua efficacia sull’uomo. Importanti novità, inoltre, riguardano la modalità con cui si producono i vaccini.

In che senso?

Si sta lavorando alla possibilità di modificare geneticamente alcune piante affinché possano produrre una determinata proteina estraibile dalle foglie che servirà per ottenere i vaccini. In questo modo la produzione diventerebbe più rapida con costi molto contenuti: per avere i quantitativi necessari a vaccinare l’intera popolazione italiana, secondo certe stime, basterebbero 12.500 mq di piantumazione. Oltre a queste sperimentazioni, ce ne sono in corso tante altre: in Messico, per esempio, alcuni ricercatori stanno modificando geneticamente i pomodori per ottenere un vaccino che si potrebbe ricevere semplicemente mangiando questi ortaggi modificati. Ma non è tutto: l’università di Verona, l’Istituto Mario Negri, l’azienda dolciaria Perfetti e la casa farmaceutica Dompé hanno avviato una collaborazione sulla possibilità di avere gomme da masticare capaci di impedire la penetrazione del virus nelle cellule grazie a proteine che si legherebbero al recettore del virus impedendogli di entrare nelle cellule.

Qual è, invece, lo scenario degli anti-virali contro il Covid?

La situazione è più complicata. Finora due sono arrivati a essere fruibili dall’uomo, ma vanno fatte diverse considerazioni. Il primo, che si chiama Molnupiravir ed è prodotto dalla casa farmaceutica Merck, in base agli studi iniziali, avrebbe generato una protezione almeno del 50% rispetto al rischio di contrarre la malattia in forma grave. Dopo aver eseguito rilevazioni su un numero maggiore di pazienti, però, si è visto che l’efficacia di questo farmaco non supera il 30%.Un’analisi ad interim di un altro studio ancora più recente, farebbe pensare che Molnupiravir può essere addirittura controproducente, aumenterebbe il rischio di ospedalizzazioni del 30%. A fronte di queste informazioni contrastanti, bisognerà capire quali siano i pazienti che possono trarre vantaggio da questo antivirale,e quali invece è bene che non lo utilizzino perché potrebbero averne un danno.

Bisogna fare ulteriori approfondimenti, quindi?

Sì, è normale perché la scienza prosegue per approssimazioni successive: non c’è mai niente di definitivo. Il fatto che sia risultato controproducente per alcuni pazienti non toglie nulla all’efficacia che ha avuto e può avere sugli altri. Va indagata anche la protezione che può avere verso Omicron: si può ipotizzare che funzioni contro tutti i ceppi, compresa questa variante, ma è un aspetto che va ancora valutato.

L’altro anti-virale, invece, è Paxlovid, prodotto dalla casa farmaceutica Pfizer?

Sì. Perché sia efficace è necessario assumerlo entro 72 ore dall’insorgenza dei sintomi. La prassi per ottenerlo fino a poco tempo fa era molto complessa e passava da una prescrizione che poteva essere fatta solo dall’ospedale, presto potrà essere prescritto dal medico di medicina generale e questo aiuterà ad agire tempestivamente. Considerati i costi e gli eventuali effetti collaterali, per ora le indicazioni della autorità regolatorie sono di utilizzarlo solo per chi è a maggior rischio di evolvere verso forme gravi, in gran parte si tratta di persone anziane o fragili. Questi sono però i soggetti che normalmente prendono molti altri farmaci e Paxlovid interagisce negativamente con molti di questi farmaci, quindi va usato con grande attenzione. Questo non vuol dire che non lo possono utilizzare i medici di medicina generale che conoscono bene le interazioni fra farmaci. È importante soltanto che siano informati adeguatamente di cosa si può assumere insieme a Paxlovide cosa no.

Questo farmaco aiuta anche a prevenire l’infezione?

In un primo momento si era ipotizzato che potesse proprio servire a prevenire l’infezione, sarebbe stato importantissimo, ma purtroppo questo non succede. Invece in chi sviluppa sintomo attribuibili al Covid Paxlovid risulta essere molto efficace: se viene somministrato in modo corretto riduce fra l’80 e il 90% il rischio che la malattia evolva in modo negativo. Un fenomeno raro descritto proprio in questi giorni è che, una volta completato il ciclo con Paxlovid, è possibile che il virus ritorni anche se si è visto che le ricadute dopo aver fatto un ciclo di Paxlovid non sono mai severe.

Per concludere, lei ha condotto due studi relativi all’utilizzo di una cura a base di antinfiammatori. Quali possono essere gli sviluppi?

Gli studi effettuati sono stati pubblicati e hanno fornito indicazioni interessanti ma non sono perfetti. Ci auguriamo di poter essere presto in condizione di realizzare studi con numeri adeguati di soggetti trattati e non, durante un’eventuale recrudescenza della pandemia che fornirà finalmente una risposta definitiva sull’efficacia degli anti-infiammatori dati ai primi sintomi. Se ne venisse confermato il valore, questo sarebbe di grande aiuto perché potrebbe anche darsi che in autunno ci troviamo di fronte a varianti che sfuggono ai vaccini disponibili finora, vaccini nuovi ma che non hanno ancora superato il vaglio delle autorità regolatorie, antivirali che forse funzionano e forse no e anticorpi monoclonali che dalla variante Omicron in poi – perlomeno quelli disponibili finora – potrebbero avere un’efficacia limitata.

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