“Esterno notte”: Bellocchio a Cannes e l’epoca buia del rapimento di Aldo Moro

“Esterno notte”: Bellocchio a Cannes e l’epoca buia del rapimento di Aldo Moro


Cannes. Grandissimo Marco Bellocchio, 83 anni, nel rappresentare una delle pagine più nere della storia della Repubblica italiana. “Esterno Notte” – 5 ore e mezza di proiezione per la stampa mercoledì a Cannes – è una serie tv che verrà proiettata in anteprima nelle sale cinematografiche, divisa in due parti di circa tre ore.

Un format nuovo per questo sapiente del cinema, che trova nella dilatazione di più puntate la libertà di soffermarsi su sfumature di relazioni e psicologie dei personaggi. Ma la scrittura di immagini e sceneggiatura, nonostante la lunghezza, è asciutta e senza alcuna sbavatura nè indulgenza alla commozione. Per questo il film è potente.

Narra la nota vicenda (ma nota anche oggi ai giovani?) di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana rapito per cinquantacinque giorni nel 1978 e poi ucciso. L’uomo ideatore e tessitore del “compromesso storico” tra DC e PCI – con il partito comunista in appoggio esterno al governo a guida democristiana – venne ritrovato senza vita nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a Roma in via Caetani, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista Italiano.

Bellocchio si sofferma con maestria sui diversi protagonisti , a partire da Moro e i suoi colleghi di partito, e poi i terroristi – con accenti molto perspicaci su ognuno di loro – e i suoi famigliari.

Eccellenti interpretazioni di tutti gli attori ma particolarmente di Fabrizio Gifuni che impersona Moro con somiglianza, di tratti ma soprattutto di voce e espressioni, persino inquietante, e di Margherita Buy magistrale moglie dello statista. Donna credente dalla fede incrollabile e dall’etica ferrea – “Noi siamo cristiani” ricorda ai suoi figli – ma perspicace e insofferente all’ipocrisia; madre e moglie forte e sincera, anche nelle proprie debolezze. Trai tanti passaggi significativi, affatto banali, c’è la telefonata con la moglie di uno degli agenti della scorta, i colloqui coi figli durante l’attesa straziante che segue al rapimento.

Il ritratto della vita famigliare prima e dopo il rapimento è pregnante, affidata a scene diverse che restituiscono un’intimità con al centro un uomo affettuosamente distante.

Oltre al dilemma tra fermezza e negoziazione, ma Bellocchio ci dice con chiarezza da che parte sta, nella narrazione affiora evidente sia all’inizio che alla fine il desiderio che le cose potessero andare diversamente, che la la vita di Moro fosse risparmiata.

Ma il titolo, l’apparente nota di sceneggiatura, ci indica prima di tutto che l’ambientazione è in un’epoca buia dove non filtra luce.

Ci dice anche le debolezze e meschinità dei principali attori della vita politica italiana di quei giorni, senza risparmiare nessuno, senza astio ma con convinzione. Ci dice la tragedia di alcuni uomini ridicoli quando hanno il Potere, il dramma di Moro che si accorge di amare la Vita più del Potere.

Da vedere, per non dimenticare gli errori e le responsabilità.

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